Pecunia a volte olet. Però serve sempre

Non abbiamo una lira. Niente più trasferte, niente più speciali. Si tira la cinghia e si stringono i denti: alla radio si deve cominciare a lavorare così. Non che qui abbiamo mai navigato nell’oro: siamo radiofonia, terzo canale, figuriamoci. Una cuffia, un microfono e vai. Ma adesso la situazione è seria e dobbiamo sacrificarci. Se ci saranno assenze non ci saranno sostituzioni. Nessun nuovo contratto. E compensi diminuiti per tutti.

D’accordo, capo. Ma se in questa situazione di estrema difficoltà arrivasse un benefattore che, in cambio di un bollino in calce alle nostre pagine web, ci proponesse il suo disinteressato sostegno economico? Difficile fare i duri e puri, e anche poco furbo. Eh già, poco furbo.
No, perché se succede in situazioni di agiatezza (vabbè, siamo sempre il terzo canale della radiofonia, non immaginiamoci sfarzi e lussi tipo un computer funzionante a testa o una lavagna nuova), insomma: in un periodo in cui i soldi ci sono, accettare o meno il presente del sopramenzionato benefattore è una scelta. Poi, semmai, si tratterà di decidere che cosa farne e di come dirlo agli ascoltatori. Ma intanto si è liberi di dire sì o di dire no.

Se invece il benefattore arrivasse oggi… ci dà appuntamento alle tre, è ben vestito e parla bene, è anche simpatico, ci assicura che non metterà bocca sulla scelta di temi e ospiti… e noi non abbiamo una lira. Ma come faremo a dirgli di no? Anzi: come faremmo, se volessimo. Perché voler dire di sì o voler dire di no è ugualmente legittimo, solo che poter dire di no è quasi impossibile. Ci si fa anche la figura dei rigidi, degli integerrimi a tutti i costi, di quelli incapaci di scendere a compromessi. E questo non è nemmeno il paese e il momento politico per fare gli ultimi dei giapponesi, rintanati nella giungla di un’ideologia da anime candide, quando là fuori la guerra tra pubblico e privato è finita da un pezzo. Insomma: che cosa faremo?

Un gedankenexperiment, ma mica tanto. Cominciamo a pensarci, va’.

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