E allora non parliamo più (o Lo sciopero del chiacchierone)

Cercherò di essere originale. Non parlerò della storia di Paola Caruso, del suo sciopero della fame da precaria dell’informazione e della polemica che rimbalza in rete, tra chi la chiama eroina e chi dice che sta solo difendendo il suo meschino orticello, per di più facendo un gran casino. Però un pensierino vorrei comporlo, breve breve: che abbia torto o ragione a chiedere il posto fisso dopo sette anni di precariato al Corsera, che sia comunque una privilegiata (ma che gioco al ribasso, quello di chi dice che ci sono precariati peggiori…) o che rappresenti tutti noi, mi fa sentire davvero pessimista. Qualcuno comincerà prima o poi a denunciare come funziona l’informazione in Italia? E soprattutto: potrà farlo senza che siano i suoi colleghi a chiedergli di stare zitto? Perché passi il precariato, che affligge solo noi e le nostre famiglie. Ma siamo tutti cittadini e l’informazione, come la sanità e la scuola, per dire, è un nostro diritto. Sarebbe bello sapere davvero chi è che sta al desk dove si compone l’articolo che abbiamo appena letto, e perché.

E poi. A me le proteste violente non piacciono e non stimo chi gioca con la propria salute, soprattutto se è per far sentire qualcun’altro un assassino: mi viene in mente Asterix e quella storia in cui c’è il bambino bizzoso che minaccia gli adulti di smettere di respirare. Quando diventa viola in faccia gli adulti sono costretti a dargli ragione e a fargli fare quel che vuole. Però non possiamo nemmeno continuare a pensare che se uno protesta è uno stronzo che non ha capito che stiamo peggio di lui. Non l’abbiamo capito che il gioco è proprio quello? Di farci sentire tutti rivali, l’uno dell’altro, tutti così diffidenti e convinti che homo homini lupus, mors tua vita mea e così via? Non sono d’accordo con la protesta violenta di Paola. Ma la protesta è un suo diritto e non sarò io, pur stando probabilmente peggio di lei, a minimizzare il suo problema.

E allora ecco che anche noi ci proviamo. Siamo precari di Radio3: tutti parenti tutti differenti, direbbero i miei amici genetisti. Cominciamo a conoscerci e poi studiamo un po’ la situazione. Ci levano dieci euro a ogni contratto. Qualcuno di noi prende tipo il 30% in meno, in termini orari, della mia donna delle pulizie. E abbiamo letto la circolare di Masi che dice che si dovrà ancora tagliare sui collaboratori esterni: sul numero e sul compenso. Come se i collaboratori esterni fossero solo Vespa e Angela, e non la gente che viene tutti i giorni qui a fare la radio: dipendenti travestiti da liberi professionisti, che firmano contratti in cui si dice che per malattia, infortunio o gravidanza il rapporto di lavoro finirà. Gente che all’azienda non costa nulla ma che tira avanti la carretta in silenzio. Se si normalizzassero i compensi per gli ascolti che facciamo, stasera vi inviteremmo tutti al ristorante.

Fino a ora siamo stati zitti e ci siamo incrociati nei corridoi per dirci due mezze parole ogni tanto. Adesso la situazione sta diventando insostenibile e c’è la paura di affondare davvero. Non è soltanto una pessima notizia per noi: dovrebbe esserlo anche per chi ci ascolta, visto che molti programmi qui in radio vengono fatti solo dai collaboratori esterni. Che facciamo: smettiamo di accettare queste condizioni di lavoro? Forse sì, forse dovremmo. Ma prima parliamone, anche perché non siamo sicuri di fidarci l’uno dell’altro. E magari denunciamolo: al mese, ci danno intorno al migliaio di euro, forse qualche centinaio in più (i soliti privilegiati…) e solo per nove mesi all’anno. Intanto tranquilli: non faremo uno sciopero della fame. Convocheremo piuttosto un’assemblea di quelle portatevi-il-panino-perché-tiriamo-avanti-fino-alle-tre, o al più una riunione a ora aperitivo. Però ci proveremo. Con pochissime speranze ma con un pelino di orgoglio in più. E imparerete che il nostro sciopero è rumoroso come il silenzio.

(Ah, qualche giorno fa mi hanno telefonato: una delle puntate di Radio3 scienza che ho fatto il mese scorso ha vinto un premio per l’informazione medico scientifica. Siamo anche bravi, accidenti. Bravi certificati. E ci facciamo pagare in pacche sulla spalla).

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