La peggio senilità (viaggio tra palazzo chigi e palazzo grazioli)

Stavolta no. Stavolta è troppo. Stavolta esco di redazione, vinco il sonno e l’eterno fare il punto del lavoro, e corro a Palazzo Chigi. Non ho capito bene chi abbia convocato il sit-in di protesta per le frasi di Berlusconi (“meglio essere appassionati di belle ragazze che gay“), ma stavolta mi hanno veramente steso. Non è la distrazione di massa, come scrive qualcuno dei miei amici di facebook: è il superamento del limite. Riesce a offendermi una, due, tre… riesce a offendermi venti volte almeno. E a farmi vergognare come non mai. Forse è vero che con questo smettiamo di pensare, almeno per un po’, alla situazione economica disastrosa di questo paese, alla scuola, all’università, alla cultura, alla ricerca, alla sanità, al lavoro, all’ambiente, alla legalità e, cavolo, all’informazione. Ma stavolta va bene lo stesso. E’ una sberla, un ceffone salutare, un gavettone freddo: è un uomo anziano, assurto per l’ignoranza dei più al soglio di Palazzo Chigi, capace di fare gomitino di fronte a un gruppo di amanti della motocicletta per giustificare il suo spasmodico bisogno di sesso, di un sesso che ha la forma di una gretta manifestazione di potere ed esiste per un continuo abuso di potere.
Come se fosse una roba archiviabile con un sorriso, la storia di Ruby e tutto il puttanaio a seguire. La telefonata in questura e il bungabunga per cui i giornali stranieri ci pigliano allegramente per il culo. Passione per le donne, la chiama. E chi non la capisce è un finocchio.

Corro a Palazzo Chigi e ci trovo altre sessanta – settanta persone con bandiere e cartelloni. Cioè: non sono esattamente davanti a Palazzo Chigi, ma sono sul marciapiede davanti alla galleria Colonna, e si scansano tutte le volte che passa un autobus. Sono lì perché la polizia ha chiuso l’accesso tra Palazzo Chigi e Montecitorio, per quanto riesca a vedere dal mio marciapiede affollato. Strano, nel mio paese, vedere un pezzo di città barricato perché è lì che si esercita la democrazia. Mi viene in mente quando ero bambina e i miei genitori mi portavano al seggio a vedere le elezioni: quanto sono belle, giuste e buone, le elezioni, e poi libertà è partecipazione. Invece qui siamo costretti sul marciapiede dello shopping e un agente della Digos mi schiaccia verso il margine della strada per far passare un macchinone.

Al megafono si alternano interventi di politici ed esponenti di associazioni lgbt. A dire il vero, non mi pare di sentire grandi analisi né frasi illuminanti, ma che ci vuoi fare: stiamo parlando di una mobilitazione organizzata all’impronta. La risposta intelligente la sentirò da Vendola su internet, una volta che sarò tornata a casa (geniale quel rassicurante nessuno mette in dubbio il suo orientamento sessuale, presidente). Finché non arriva uno strano gruppo di ragazzotti vestiti di nero, coperti di piercing e tatuaggi (uno lo leggo bene: dice skin) che, con un altro megafono, propone di sfondare le transenne e di andare sotto Palazzo Chigi per davvero. E poi grida slogan banali (dimissioni, vergogna, siamo gay, antigua…) e si butta su un gruppetto di agenti con fare provocatorio (perché non possiamo andarci? siamo liberi cittadini…). Parte della folla li osserva divertita. Il gruppetto di liderini al megafono prova ad andare avanti. Ma, metafora disperante della nostra opposizione, politica e civile, a questo governo, quel megafono è meno potente dell’altro, del megafono nero dei tipi col piercing. Sicché si sentono solo loro, i piercing, almeno nel mio pezzo di marciapiede. E quando gli slogan si fanno insistenti, sorpresa, uno per uno i manifestanti, che prima ascoltavano diligentemente gli interventi dei liderini, li seguono divertiti: dimissioni, vergogna, siamo gay, antigua… C’è anche un tipo con un cartello che dice: meglio gay che pedofilo, firmato un marito e padre di famiglia, un po’ troppo ansioso di essere fotografato, con l’aria da invasato e forse non è solo un simpatizzante. La situazione è difficile da capire. Chissà in quanti, di quei sessanta – settanta, erano lì per una genuina indignazione e quanti per fare casino o per farsi vedere. Per me il raduno finisce quando anche i liderini al megafono, forse rassegnati, forse inconsapevoli del ridicolo cui si stanno coprendo, si danno allo slogan semplice, anche loro, scavalcando da destra i provocatori. E quando sento il padre di famiglia invasato andare dal tipo coi piercing e scambiare con lui le seguenti battute: sei il mio mito! Mò andiamo a Palazzo Grazioli per l’aftershow.

Ennò. Ci vado pure io all’aftershow. Siamo in due e corriamo a Palazzo Grazioli per le stradine dietro al Pantheon. Arriviamo. Fotografi a parte, c’è un sacco di gente appoggiata alle transenne che aspetta. Ma cosa? Cominciamo a parlare a voce alta: di finire tra i fan di B. non ci va. Nemmeno per curiosità antropologica, oggi no. Siamo a disagio. E allora chiedo. Signora mi scusi… ma lei che ci fa qui? Risposta: E lei che ci fa? Beh, pertinente. Spiego di essere lì per curiosità, perché, avendo sentito quel che ha detto oggi volevo seguire le manifestazione di contestazione. E che ha detto oggi? Sa, io è un po’ che non riesco a informarmi… Racconto, faccio la faccia contrita, spiego della frase sui gay e sulle belle donne, di Ruby e così via. Sono due, pensavo che fossero insieme invece mi sbaglio. Comunque appaiono entrambe sinceramente disgustate. Non lo sapevano. Mi chiedono, sospettose: E lei come lo sa? La frase vincente è L’ho visto alla tivvù. Una delle due se ne va (non ho più voglia di stare qui. Mi fa schifo). L’altra rimane, ma è onestamente perplessa. Davanti a me, una ragazzina che chiama la mamma per dire di aver visto passare Bossi e una coppia anziana dall’accento meridionale che non vuole lasciare il posto in prima fila.

Niente aftershow. Vado a casa. Provo a mettermi nelle orecchie una roba un po’ ottimista, un po’ combattiva. Trovo nell’Ipod Dio è morto. Ma c’è quella frase che mi fa incazzare, quella in cui un settantenne grida, vigoroso: la mia generazione è preparata a un mondo nuovo, a una speranza appena nata. E penso alla tipa che è un po’ che non riesce a informarsi ma comunque va a salutare il presidente a Palazzo Grazioli, da sola, alle sette e mezza di un martedi sera. E agli altri, aggrappati alle transenne di Palazzo Grazioli come ai cancelli della casa di Avetrana, lì per fotografare uno importante. Ai liderini e ai due scemi dell’aftershow che ne approfittano per fare un po’ di casino. Forse quel che è successo oggi non è troppo solo per me: è troppo anche per gli altri della mia generazione, quella che non è preparata a un bel nulla, non legge nemmeno i giornali, copia gli slogan gridando da un marciapiede. Forse basta solo che qualcuno glielo racconti onestamente. Già, ma chi lo deve fare? Non ci toccherà mica passare da Palazzo Grazioli tutte le sere?!

(Intanto dedico il video che segue alla ragazza che non ha tempo per informarsi per ricordare a lei e a tutti gli altri che oggi è il trentacinquesimo anniversario dell’omicidio di Pierpaolo Pasolini)

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2 pensieri su “La peggio senilità (viaggio tra palazzo chigi e palazzo grazioli)

  1. Mi sembra non siano necessari commenti. La tua analisi è ottima.
    Il motivo per cui lui è ancora li è perchè ci sono troppi tipi come quelli del magafono e troppo tipe alla transenne fra gli italiani. Al paese serve gente diversa, da tutte e due le parti…

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