L’esercito del surf: dov’è finita la “mia” generazione?

Sabato sera, dopo cena a San Lorenzo: son lì appoggiata a una macchina che parlo con mio fratello. Lui si incazza, come sempre, con i grandi vecchi della politica italiana: sempre i soliti, sempre lì. Io, come sempre, lo metto in guardia dagli entusiasmi ma sostanzialmente gli do ragione. Certo, chiamare giovane gente della nostra età… E poi a me la parola giovane ha sempre insospettito: tu sei giovane vuol dire quasi sempre adesso ti frego, e in particolare tu sei giovane e hai tutta la vita davanti vuol dire quasi sempre col cavolo che ti faccio fare quello che io facevo alla tua età e col cavolo che ti pago una briciola in più di adesso.

Anche usata per se stessi, non mi ha mai convinto: noi siamo giovani mi sembra che si possa tradurre con guardami, guardami (e sii indulgente). Ma insomma. Diciamo che a mio fratello piacciono le nuove leve del partito che, tutti e due, votiamo non senza un certo malessere. A lui piacciono proprio, io riconosco il loro talento ma non riesco a non cacare dubbi. I giovani… E le politiche dei giovani? Non dovrebbe essere che i problemi del paese sono i problemi del paese: le pensioni, la scuola, il lavoro? A che serve dire che ci sono i problemi dei giovani, i problemi giovanili? Non sono, o dovrebbero essere i problemi di tutti? Le pensioni non ci interessano? Sono politiche senili? E la riforma Gelmini: ce ne freghiamo perché si tratta di questioni infantili? Se quelli come me prendono due lire, non fanno figli e non spendono un soldo per viaggi, libri, cinema e ristoranti è un problema davvero solo loro? Ma va bene: ho capito che cosa si dice quando si dice che i grandi vecchi di cui sopra non conoscono i problemi di noi giovani. Finché qualcuno, mio fratello stesso probabilmente, non tira fuori addirittura la parola generazione.

Urca, generazione. Che cos’è una generazione? Quando penso ai colleghi con posizioni contrattuali simili alla mia, quelli con cui dialogo e scambio malumori, quelli maltrattati dalla Rai al pari di me, che cosa hanno in comune tra loro? L’età, forse, ma mica tanto: abbiamo tra i ventotto e i quarantacinque anni. Non gli obiettivi, non la storia, non le aspettative (comunque, per tutti, bassine). E poi, guardiamoci: siamo diffidenti gli uni con gli altri, sappiamo bene che se uno di noi conquista un metro di privilegi (quelli che un tempo si chiamavano diritti) sarà a spese dei suoi simili, non a spese dell’azienda o dei dipendenti, e di certo non ce lo verrà a dire. Non siamo gente che scende in piazza per difendersi, perché quello che dobbiamo difendere è diverso per tutti. E il mors tua vita mea ce lo abbiamo scolpito nel retro del cervello.

Quando le politiche del lavoro cambiavano, eravamo troppo piccoli per accorgerci di quel che ci stavano combinando. E quello che ci stavano combinando era soprattutto che ci stavano impedendo di essere generazione: di essere un fronte comune di persone più o meno simili, capaci di lottare per quello che non va. Non ci resta che essere giovani, ciascun per sé. Facendo finta, come forse fa mio fratello, di non sapere che ci stanno di nuovo fregando.

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