Tre hurra per il Nobel!

In regia, col computer aperto sul sito della Nobel Foundation. C’è il countodown: mancano un paio di minuti all’annuncio. Ma sono le 11.30, sta cominciando Radio3 mondo: la regia serve a loro e il computer anche. E me ne devo andare. Me ne devo andare, uffa. Corro in redazione. Oh, a me questa roba mi emoziona: sta uscendo il Nobel per la medicina e sono curiosa. Arrivo in redazione, apro il computer. Sono ancora in tempo. Intanto il countdown, un secondo alla volta, arriva a zero. E ancora niente. Uffa! Come niente? Aspetta… Fermi! L’annuncio è arrivato! Marco e Rossella si piazzano alle mie spalle. Apro piano il video con la proclamazione, come si apre piano un pacchetto misterioso: si vede un tizio con il viso da cartone animato che parla che non si capisce nulla. Riuffa. Aspettiamo, prima o poi dirà qualcosa in inglese. Ed ecco che… Ma sì, l’inseminazione in vitro! A me scappa un yuppi! Alzo le braccia come se avessi fatto goal. Eddai, eddai! Che bel Nobel! Chissà che cosa hanno pensato quelli delle redazioni accanto, se ci hanno sentito.

Che bel Nobel, sì. Assegnato a una persona sola, uno che quasi sessant’anni fa cominciò a studiare la possibilità di far incontrare cellula uovo e spermatozoo in vitro, cioè fuori dal corpo della donna. Col risultato di restituire alle coppie infertili la speranza di avere figli propri: wow. Sono nati così Louise Brown nel 1978 e altre quattro milioni di persone, tra cui i bambini di qualche amico mio. Ma non è che fosse una novità, all’epoca, l’incontro tra cellula uovo e spermatozoo in vitro: lo era solo con le cellule umane, che, a differenza di quelle dei conigli, proprio non volevano saperne di accoppiarsi sotto lo sguardo dei biologi. Poi scopro qualche ora dopo che è proprio questo che fa incazzare i cattolici. O meglio, il pretesto, per la Chiesa cattolica, per dirsi indignati del Nobel: il fatto che una tecnica fino a quel momento riservata ai veterinari approdasse alle cliniche ginecologiche. E permettesse a certe donne di riprodursi come facevano le coniglie: non nel senso di fare decine di bimbi, ma attraverso un passaggio in laboratorio. Il pensiero va alla legge 40 e ad altri amici, a quelli che per diverse ragioni dovranno andare all’estero per avere accesso a una tecnica medica che nel resto del mondo è un sacrosanto diritto. E allora sono almeno due i punti a favore di questo Nobel: aver coperto di ridicolo il nostro paese, le nostre leggi insensate e il Vaticano che le ha dettate, beh, stavolta non lo trovo imbarazzante, lo trovo liberatorio. Come uno yuppi! gridato davanti allo schermo del computer.

E poi ho una terza ragione per essere contenta di questo Nobel (per ora, eh). Perché, sarà un bias tutto mio, ma tra i premiati per la disciplina che conosco meglio vedo teorici del razzismo, cialtroni e venditori di terapie discutibili. E nel 2008 ho visto lo scopritore del virus del papillomavirus (quello del tumore della cervice uterina) laurearsi Nobel e dopo pochi mesi essere coperto, forse suo malgrado, dallo scandalo: una grande farmaceutica potrebbe aver pagato i membri della commissione per far vincere proprio lui, in modo che la stampa si occupasse estesamente anche del suo vaccino, peraltro non ancora del tutto accettato dalla comunità scientifica. Un terzo yuppi! per quel che vale. Da adesso, quando dirò eh, ma è stato dato anche un Nobel, eh… per dire che si tratta di una roba importante, da adesso sarò un po’ più convinta di quel che sto dicendo.

(Noto tra l’altro che proprio oggi è andato a morire l’uomo più prolifico del mondo: 210 figli in 92 anni. Che gran colpo di teatro, morire proprio oggi. Si è conquistato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo facendo una delle cose più facili del mondo)

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