Senza veli: ecco perché l’agenzia delle entrate non si fida di me

Ti accorgi di essere rientrata a Roma quando l’impiegata delle poste ti dà del tu. Ti accorgi di essere una libera professionista di un certo spessore mentre ti allunga un plico dell’agenzia delle entrate. E ti accorgi di essere in un mondo ben bislacco quando leggi che, come Scajola, dovrai andare a spiegare con quali soldi ti sei comprata casa. Nel tuo caso, il problema è che con quelle due lire che guadagni potresti, al più, comprarti una roulotte tra dieci anni. E loro lo sanno. Allora com’è che hai un tetto sopra la testa e magari pure un terrazzino con vista binario?
Ebbene sì: mia insaputa, quei due simpatici signori che chiamo babbo e mamma hanno comprato una casa per me nella città dove vivo e lavoro da sei anni. E io ci sono andata ad abitare. Per questo, a settembre, dovrò andare all’ufficio controlli dell’agenzia delle entrate con tutti i documenti del caso e spiegare come diavolo sia stato possibile. Nel frattempo, sarò chiamata a dare dettagli in merito alle mie numerose imbarcazioni da diporto, a vela o a motore e alle navi di stazza superiore alle 50 tonnellate, specificando dove le tengo e chi le gestisce quando non solco i mari. A cavalli da corsa o da equitazione, con i nomi dei cavalli e dei relativi fantini (Furicavallodellwest e Miominipony, cavalcati da Acetosella e Margottaceppaia, pensavo. Mi sembrano nomi carini per cavalli e fantini, no?). E anche ad aeromobili tipo aerei da turismo, elicotteri, alianti e ultraleggeri, di quelli con cui comunemente plano dall’Esquilino su piazza Mazzini quando vado alla radio.

Già, la radio. Perché oggi sono tornata in Rai. Aspetto ancora il pagamento per l’ultimo contratto, chiuso ai primi di luglio, e comincio a sospettare che l’agenzia delle entrate abbia ragione: con le due lire che insisto a volermi far dare non mi merito proprio un tetto sopra la testa e un terrazzo con vista binario.
E così, come per l’agenzia delle entrate, ho deciso per la disclosure anche qui. Ecco come funziona il mio lavoro alla radio ed ecco perché non mi comprerò mai una casa (e nemmeno una roulotte) finché continuo a lavorare in via Asiago.
A Radio Rai, quelli come me lavorano nove mesi all’anno con un contratto da consulenti esterni a partita Iva. Siamo pagati a cottimo, per numero di puntate, grazie a un contratto che dice che noi offriamo la nostra opera di consulenza per una certa trasmissione e per un certo periodo ben definito, che nel mio caso non è mai superiore a quattro mesi e mezzo (quindi ho due contratti all’anno). Come se avessimo stabilito insieme la sua durata e come se, finito quel periodo, la nostra opera smettesse di essere utile per ragioni editoriali. Ah, beh, certo: come se avessimo anche contrattato insieme il compenso, cosa che ovviamente non succede mai. Un libero professionista normale, poniamo un idraulico, vi dice quanto tempo impiegherà a fare quel lavoro, a farlo tutto, e quanto vi chiederà di essere pagato: noi no, noi aspettiamo una telefonata in cui ci si dice che il prossimo contratto va da lunedì prossimo al 31 dicembre, poi la trasmissione continuerà senza di noi, e che il compenso stabilito è xxx e non si discute (xxx… vabbé la disclosure, ma io lavoro per un compenso così basso che mi vergogno a dirlo. E non farei nemmeno bene al resto della mia attività liberoprofessionale, no?). Il risultato? Lavoro lì da cinque anni e ho visto abbassare il mio compenso tre volte, senza che potessi farci niente, e nel frattempo le mie mansioni sono ovviamente cresciute. Tra l’altro, a noi ogni puntata viene pagata nello stesso modo, sia il 7 ottobre o il 25 dicembre, un giovedì d’autunno o una domenica di maggio, sia che siamo in tre in redazione o da soli, a fare tutto, conduzione compresa.
Durante i giorni del contratto, noi esterni siamo in Rai dal mattino alla sera, o al pomeriggio (ultimamente abbiamo imparato a farci valere, ognuno coi suoi orari), anche se non abbiamo un badge e ogni volta dobbiamo fermarci all’ingresso per farci identificare e per farci dare un pass della durata di cinque minuti, che ci consente tutti gli ingressi che vogliamo ma solo nei successivi cinque minuti, appunto. Poi dobbiamo farcene stampare un altro… (funziona così: c’è Gianni, in divisa, al suo posto dietro al banco, che mi vede e mi chiede: allora Silvié, tutto bene? E mi fa anche piacere. Mi stampa il pass di carta, me lo allunga sorridendo e mi dice: a dopo! Fine dell’identificazione). A casa, di pass come quelli, ne abbiamo centinaia e centinaia: almeno uno al giorno per ogni giorno di ogni contratto, tutte le volte che Gianni ci ha identificato. Ovviamente, in quanto liberi professionisti, non abbiamo malattie e ferie, per non parlare di altri incredibili privilegi come la gravidanza o le feste comandate. Non abbiamo nemmeno il sussidio di disoccupazione o analoghi della cassa integrazione (e non siamo giornalisti professionisti, quasi mai, per varie ragioni che racconterò in un prossimo post): così, ovviamente, nei tre mesi che non siamo in Rai ci inventiamo mille altri lavoretti per sopravvivere. E intanto aspettiamo quella telefonata che potrebbe anche non arrivare mai.

E allora perché lo facciamo? Credo che sia perché quello alla radio è un lavoro bellissimo: per la maggior parte di noi è proprio il lavoro più bello che c’è. E lo sappiamo fare bene e con soddisfazione nostra, dei nostri curatori e, speriamo, anche degli ascoltatori. Certo, dal fare un bel mestiere, qualificato e ricercato, al potersi permettere una casa a Roma ce ne corre. Per fortuna c’è chi la compra a nostra insaputa, come hanno fatto i due simpatici signori di cui sopra. E magari mentre la comprano hanno la speranza che quelli come noi, un giorno, saranno davvero libero professionisti, liberi di dire di no a un compenso inferiore a quello della donna delle pulizie di tua nonna e liberi di ammettere che un lavoro bellissimo non si paga da sé. Ti accorgi allora, dopo aver salutato l’impiegata delle poste, andando via col plico dell’agenzia delle entrate sotto al braccio e pronta a chiamare incredula i soliti due simpatici signori, che non sei un libero professionista di un certo spessore, ma sei uno dei tanti, che ogni giorno, come tanti, si trova a chiedersi quanto valga il puro piacere di fare un lavoro bellissimo.

(nel prossimo post, la risposta alla domanda: basta lagne: se è davvero così come ci racconti, allora com’è che ti mantieni?)

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