Sono tornata dalle vacanze. O almeno ci ho provato

eccomi, eccomi.
mi aspettavate un paio di giorni fa, scommetto. solo che la paperogaviaggi ha veramente dato il meglio di sé e, non contenta delle 24 ore del viaggio di andata, ci ha proposto un ritorno di quasi tre giorni. quindi eccomi a roma da tre ore, alla seconda lavatrice (ancora da stendere), con un frigorifero pieno soltanto di alcolici e due bancomat inutilizzabili causa smarrimento codici (ho settantaquattro dollars contanti e due carte di credito. dopo tutto l’antiamericanismo sfoggiato in georgia, adesso sopravvivo solo grazie allo ziotom).
insomma, è andata così.
alle due del mattino ci siamo svegliati: eravamo a yerevan, capitale dell’armenia, pronti a partire con un volo per vienna delle 05.40 e da lì per roma. l’alberghetto, dal nome whitehouse (ma nemmeno in armenia?!), ci ha fatto pagare 4 euro per una maniglia rotta, ce ne siamo andati inveendo nella notte, convinti di (poter riuscire a) lasciare il caucaso nel giro di poche ore. il caucaso e la sua polvere, il suo maledetto kachapuri (variante ipercalorica della focaccia di recco) e i tremila monasteri con cui avevamo nutrito lo spirito fino all’indigestione nei giorni precedenti.
invece arriviamo in aeroporto e, increduli, leggiamo che il nostro volo è stato cancellato. solo il nostro.
all’ufficio della austrian airlines (aperto dalle 00.00 alle 08.00) prendono il nome di uno di noi, lo scrivono a penna su un foglietto, e ci rimandano indietro promettendoci notizie entro le 10.00 del mattino stesso.
torniamo alla whitehouse, la coda tra le gambe, e ci rimettiamo a letto.
alle 10.00 scendiamo nella hall.
scopriamo che i nostri bagagli se li è portati via l’autista del pulmino che ci aveva portato in aeroporto nella notte. e che, ovviamente, nessuna notizia è arrivata dall’aeroporto di yerevan. finché ci dicono che fino alle 18.00 ciccia: non ci sarà verso di partire.
indiavolati e al grido di “vuoi che non ci sia un volo per l’europa prima delle 18.00?!” torniamo in aeroporto, mentre il pulmino coi bagagli viene recuperato. ed è lì, in aeroporto, che scopriamo ancora una volta la necessità di un esercizio di relativismo culturale che a noi occidentali antioccidentali non riesce mai abbastanza. non ci sono voli per l’europa, no, né prima delle 18.00 né dopo, almeno fino alle 22.00. il cartellone delle partenze è un susseguirsi di moscow, moscow, novosibirsk, minsk, moscow… fino al giorno dopo. perché l’europa è lontana, dall’altra parte della luna, come dice il poeta.
sicché telefonate, incazzature, occhi dolci, la nostra guida che si fa in diciotto, e finalmente, come già due settimana prima, ci riproteggono in un albergo in centro città (due settimane prima la città era fiumicino, qui yerevan. stiamo migliorando, comunque).
il resto del pomeriggio passa tra musei di corsa e sms spaesati, finché la capogruppo non ci dice che sarà impossibile partire il giorno dopo. si rimane a yerevan due notti, non una soltanto.
a meno che…
di corsa all’ufficio della austrian airlines, quello di città, che per l’occasione fa un orario normale, di tipo europeo. gli armeni maschi sudano, sudano e puzzano, noi resistiamo, ci incazziamo, pretendiamo, parliamo di diritti del viaggiatore e di avvocati. e alla fine, con gran dignità, ci rassegnamo.
partiremo il giorno dopo, di sera, con un pulmino che ci porterà a tblisi e da lì partiremo verso le cinque del mattino.
anche il giorno dopo (cioè ieri) passa gironzolando per yerevan, che ormai conosciamo meglio di roma. un’amena città postsovietica, con una certa personalità. facciamo persino un po’ di shopping, in un negozio di moda europea.
e alle sei, eccoci giù, in un’altra hall, i bagagli pronti e un pulmino a motore acceso che ci aspetta per portarci in aeroporto.
in aeroporto a tblisi, intendo, a sei ore di distanza, almeno, compreso un passaggio alla frontiera.
si parte e l’atmosfera è allegra. non foss’altro per dar fastidio a quei compagni di viaggio musoni che hanno preso malissimo il ritardo. cominciamo anche a goderci il panorama: giallo. giallo con mucche. ecco un paesino, tre case. poi il niente, e di nuovo giallo per altri dieci minuti. tre mucche, una collina gialla, una casa di pietra. niente. silenzio e giallo.
finchè.
puzza di bruciato.
qualcuno ridacchia: dai, non è possibile.
l’autista mette in folle, rallenta e accosta.
l’autobus si ferma e non riparte più. non ripartirà più.

siamo in un paesino nel niente: intorno è tutto giallo. ci sono mucche, qualche contadina e una specie di bar. nel giro di dieci minuti diventiamo le celebrità del villaggio e la gente comincia a uscire dalle case per venirci a conoscere. ci invitano a casa di una certa aida, che ieri ha festeggiato il matrimonio del figlio. moquette e cocomero, cognac e cuscini bianchi del matrimonio. ci ingozzano, ci fanno cantare, qualcuno comincia a ballare. come al solito, ci chiedono di esibirci in italiano vero di toto cutugno, che ormai anche i più resistenti di noi hanno imparato a memoria. si batte le mani, si mangia uno yogurt dalla densità irregolare, formaggio salato e aranciata del discount. chi si alza viene invitato a sedersi di nuovo, la stanza si riempie. nei momenti migliori, siamo una decina dei nostri e una ventina dei loro, su tre sofà e un paio di poltrone. e balliamo e cantiamo.
fuori l’autista giura di poter cambiare la cinghia da solo. intanto si fa buio.
sono passate due ore: di balli e cognac non ne possiamo più. ci hanno anche mostrato come si munge una mucca caucasica e offerto il latte fresco tiepido e schiumoso, rigorosamente non pastorizzato.
finalmente giunge voce dell’arrivo di un altro autobus, che sostituirà il primo.
ma le voci si accavallano. la nostra interprete (una ragazza del villaggio che parla un inglese ragionevole, sempresialodata) ci dice che l’autista non ha il passaporto, e nemmeno quello che sta arrivando probabilmente ce l’ha. come faremo a passare la frontiera con la georgia? l’agenzia, per telefono, ci rassicura e ci dice il contrario. intanto è sempre più tardi e noi siamo nel nulla, nel giallo che è diventato nero, in un posto sempre più freddo con le mucche che forse ci sono ancora ma non si vedono più. arriva il secondo pulmino. pronti a ripartire, un po’ seccati, scopriamo che è davvero piccolo. non ci sono posti per tutti. la bolognese si sdraia per terra, in un corridoio di trenta centimetri tra i piedi di chi è riuscito a sedersi. gli altri si siedono, più o meno. siamo stipati nel pulmino, ma non si parte. qual è il problema? nell’attesa di capirlo (“ma questo cazzo di passport ce l’avete o no?! do you have it? and your friend?! che cazzo ciavete da ridè unlosounlo…”: la capogruppo è fiorentina), io e un altro, fortunamente più che sovrappeso, veniamo investiti da una macchina in retromarcia, che ci spinge con violenza verso il nostro pulmino. non ci facciamo quasi niente, ma come cazzo è che l’unica macchina in questo paesino di merda (trascrizione testuale dei miei pensieri) si mette a fare retromarcia proprio verso di me?
è buio pesto: l’unico vantaggio della situazione è che si può pisciare accanto al pulmino.
ma non si parte.
si continua a stare fermi mentre gli autisti confabulano.
salta fuori che non hanno il passaporto per davvero è che c’è un certo capo che glielo sta portando da yerevan. da yerevan?! e… se la macchina del capo avesse un buco nella gomma?
pochi ridono, molti si incazzano, la bolognese, rimproverata dall’armeno per essersi sdraiata per terra comincia a urlare: “ma te che non zai il passaporto che cazzo dizi a me che non mi posso sdraiare per terra, soccmel!”. ridiamo, quasi tutti.
l’autista, quello nuovo, sale sul pulmino e ci ridice, per l’ennesima volta, che tra dieci minuti partiremo. perché deve arrivare il passport, passport, e senza non si parte.
poi, boh, gli richiedo: “you, passport?!” e lui mi mostra… il passaporto.
mavaffanculova…
da dietro si alza un urlo di guerra: “e allora parti, bastardo, stiamo perdendo l’aereo!”.
lui ride e dice: “me passport! ghieva no passport!”, dove ghieva è l’altro autista, quello del primo pulmino della cinghia rotta. e noi, ovviamente, proponiamo al nuovo autista di lasciare ghieva lì. tanto ormai ha fatto amicizia con tutti, anche con quello della retromarcia, e poi nel buio si è trovato bene.
noi dobbiamo andare, cazzo. ghieva resti lì.
poi, nel giro di dieci misteriosissimi secondi, succede. arriva una macchina alle nostre spalle (dev’essere quella del capo, che non ha un buco nella gomma), si apre la portiera, ghieva prende il suo passport e partiamo.
aspé: che cavolo ci fa ghieva sul pulmino?! dove lo mettiamo? la bolognese si è adagiata sui bagagli, a un metro e mezzo da terra, là in fondo, e ghieva si accomoda accanto a noi.
qualcuno propone di buttarlo di fuori.
ma finalmente partiamo.
nel silenzio, comincio a canticchiare tra me e me: la macchina del capo ha un buco nella gomma.
tre file dietro, un po’ più forte: la macchina del capo ha un buco nella gomma. e accanto: la macchina del capo ha un buco nella gomma.
dopo cinque secondi, tutto il pulmino: ripariamola con la cin-go-mma!
e per i successivi venti minuti, a squarciagola, vecchietti compresi, squaderniamo un repertorio di canzoni irritanti che va da tre piccoli porcellin a questo piccolo grande amore, con tanto di schiocchi di dita e di voci soliste.
l’autista risponde e a metà della canzone del sole accendendo il suo lettore mp3 di canzoni russe.
per un po’ continuiamo strenuamente a cantare mareneromareneromarene, poi decidiamo che siamo capaci anche di cantare in russo. e così, per una decina di canzoni almeno, ci accodiamo al cantante dell’mp3 dell’autista e continuiamo a fare casino. quello ci sta odiando, ma odiando, ma odiando.
poi frontiera di notte, solita scenata degli italiani imploranti che sono tanto in ritardo ma tanto simpatici (siamo sempre pronti a cantare totocutugno, per chi ce lo chiede) e insomma, finalmente l’aeroporto, il checkin, il gate. e tutto comincia a sapere d’europa…

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